Nihil sub sole novum, niente di nuovo sotto il sole
Originalità, AI e la Responsabilità di Chi Scrive
Un righello verde lungo trenta centimetri, con tacche precise e distanze millimetriche: simbolo di misura e standardizzazione.
Lo usiamo per tracciare linee dritte e parallele, per evitare sbavature.
Ecco come molti immaginano la scrittura generata dall’Intelligenza Artificiale: un testo “a righello”, ordinato ma impersonale, corretto eppure senz’anima.
C’è chi guarda un testo generato con l’AI e lo liquida con un’alzata di spalle:
«È fatto con l’AI».
Come se bastasse questo a dire che è senz’anima.
Recentemente mi è capitato di leggere un post con il tag #aigenerated.
Il contenuto non era neppure così banale, ma quell’etichetta mi ha indispettito.
Come se bastasse un hashtag per sminuire l’intero processo creativo.
Come se, al solo apparire della scritta, la paternità e il valore di un testo venissero cancellati.
Ma davvero l’uso di un righello — o di un algoritmo — annulla l’intenzione creativa?
Oppure siamo solo di fronte all’ennesimo capitolo della nostra lunga storia di paure e scorciatoie?
E soprattutto: conta davvero lo strumento, o conta cosa stiamo cercando di tracciare?
«È fatto dall’AI, quindi non è tuo»: il giudizio superficiale
La critica più comune che sento, infatti, è proprio questa: “Se l’ha scritto l’AI, allora non è tuo”. Un giudizio tagliente, spesso pronunciato senza nemmeno leggere davvero il contenuto. Come se premere “Genera” su ChatGPT equivalesse a premere “Annulla” sulla paternità di un’opera. L’idea sottesa è che se non hai sudato su ogni singola parola con carta e penna, quelle frasi valgano meno – o addirittura non ti appartengano.
Eppure, perché mai l’utilizzo di uno strumento dovrebbe cancellare la paternità di un testo? Se scrivo un racconto al computer invece che a mano, quel racconto è meno mio? Se uso Google per documentarmi, il mio articolo diventa “di Google”? Ovviamente no. L’AI non fa eccezione: non pensa al posto nostro, non ha intenzioni proprie – segue istruzioni. Chi la guida, chi sceglie cosa tenere e cosa scartare, resta sempre l’autore in carne e ossa. In altre parole, la responsabilità di ciò che viene scritto rimane di chi sta dietro alla tastiera, non dello strumento utilizzato.
Copia-incolla: un vizio antico, non una novità dell’AI
La verità è che di testi piatti e senz’anima ne esistevano a bizzeffe anche prima dell’AI. Quanti manuali universitari ripetono da decenni le stesse identiche pagine. Quanti docenti leggono slide riciclate anno dopo anno, senza aggiungere nulla di nuovo a ciò che insegnano. Quante relazioni di lavoro si assomigliano come gocce d’acqua perché copiate da modelli preesistenti. Eppure, in tutti questi casi l’autore era un essere umano, non un algoritmo.
Il rischio di copia-incolla, insomma, è sempre esistito. L’Intelligenza Artificiale semmai lo rende più facile — e di conseguenza più evidente. Chi vuole evitare la fatica di pensare con la propria testa adesso ha solo un alleato tecnologico in più; ma non è certo stato ChatGPT a inventare il malcostume dei compiti copiati. Chi ha qualche anno in più ricorda bene le ricerche scolastiche scopiazzate dall’enciclopedia su CD-ROM, o i compiti a casa “prestati” dal compagno di banco e ricopiati di nascosto. Nihil sub sole novum, niente di nuovo sotto il sole: l’AI ha semplicemente acceso un riflettore su abitudini che c’erano già. In sostanza, la noia di una lezione riciclata è identica, che sia stata generata da un professore in carne e ossa o da un computer.
Formati e schemi: binari predefiniti anche senza AI
Riflettiamo su un punto: gran parte della creatività umana vive già entro certi binari. Anche quando crediamo di scrivere qualcosa di originale, spesso stiamo seguendo modelli impliciti appresi da chi ci ha preceduto. Pensiamo ai temi scolastici impostati in cinque paragrafi (introduzione, argomentazione, conclusione) come da manuale; o alle tesi di laurea che iniziano tutte con frasi fatte tipo “Negli ultimi anni…” o “In questo lavoro analizzeremo…”. Perfino molti romanzi di genere seguono strutture prevedibili: c’è sempre l’eroe riluttante, il colpo di scena a metà, il finale catartico che risolve tutto.
Andiamo oltre: le email di lavoro abbondano di formule fisse (“Cordiali saluti”, “In allegato trova…”) che ripetiamo senza pensarci, così come le presentazioni aziendali riutilizzano schemi visivi e testi standard. Insomma, usiamo template e formulette da sempre – e non c’è nulla di male. I format ci aiutano a organizzare le idee; i modelli ci fanno da guida. L’originalità, infatti, non sta nell’abolire ogni schema, ma nel saperli usare in modo personale. Non inventiamo una lingua nuova ogni volta che scriviamo: rielaboriamo quella che già c’è, combinando elementi noti in modi nuovi.
Rielaborare, adattare, contestualizzare: questo è scrivere
Arrivati a questo punto, è chiaro che il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa. Se qualcuno pensa di sfruttare l’AI solo per evitare la fatica di pensare, otterrà facilmente testi generici e piatti. Ma questo vale per qualsiasi mezzo: anche con carta e penna si possono copiare passivamente intere pagine. Al contrario, usare l’AI con consapevolezza significa trattarla come un supporto al processo creativo, non come un sostituto della creatività e dell’ingegno umano.
In concreto, vuol dire prendere ciò che l’AI genera e metterci del proprio: rielaborare le frasi, adattarle al proprio stile, aggiungere esempi concreti, verificare i fatti, contestualizzare il tutto per il pubblico a cui è destinato. Significa usare l’output artificiale come materia prima grezza, da modellare con il proprio intuito e la propria esperienza. Io stesso, ad esempio, quando uso ChatGPT per abbozzare un articolo non mi sognerei mai di pubblicarne la prima bozza così com’è. La tratto piuttosto come una cassetta degli attrezzi: mi aiuta a impostare la struttura e a superare il blocco iniziale, ma poi spetta a me limare il testo, inserire aneddoti personali, aggiustarne il tono. Alla fine, il risultato riflette le mie idee e il mio stile — semplicemente ci sono arrivato in meno tempo e con meno stress. È chiaro quindi che se un testo nasce senz’anima, la colpa non è del diavolo ma di chi l’ha scritto (o di chi ha scelto di non scriverlo davvero).
Riconsideriamo la nostra idea di originalità
In conclusione, invece di puntare il dito contro l’AI dovremmo forse rivolgere lo sguardo verso di noi. L’avvento di questi strumenti ci pone davanti a una domanda scomoda ma salutare: cosa rende davvero “mio” un testo? È una questione di chi batte materialmente le parole sulla tastiera, o piuttosto di come e perché quelle parole prendono forma?
Forse la presenza dell’AI nelle nostre “penne digitali” ci costringe a essere più onesti. Se un compito, un articolo o un racconto può essere svolto da una macchina in modo indistinguibile dal nostro, dobbiamo chiederci se stiamo davvero mettendo abbastanza di personale in ciò che scriviamo. L’AI non uccide la creatività; semmai mette in risalto la mancanza di creatività, quando c’è.
Allora, invece di temere che l’AI appiattisca ogni pagina, potremmo usarla come stimolo per fare meglio. Lasciamo che svolga le parti più banali e ripetitive, così da poterci concentrare su ciò che rende un testo unico: la prospettiva umana, l’aneddoto vissuto, l’idea fuori schema che sorprende. Insomma, cogliamo l’occasione per alzare l’asticella di ciò che consideriamo originale.
In fondo, la creatività non si misura col righello: un contenuto è originale quando dentro c’è l’impronta di chi lo crea, a prescindere dagli strumenti utilizzati. Chi bolla un testo come #aigenerated per sminuirlo, in realtà confonde il mezzo con l’autore. L’originalità rimane una caratteristica umana – e nessuna Intelligenza Artificiale potrà mai rubarcela, se noi per primi continuiamo a coltivarla.




















